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Si avvicina con fare dimesso e un po’ intimorito. Indossa una maglietta colorata e un paio di pantaloni consunti. Ha un cappello in testa con la visiera e la mascherina sopra la bocca. In mano un cartello. Lui è un immigrato keniota, non parla italiano e i suoi occhi implorano aiuto. Chiede una moneta, anche se sul cartello sta scritto che deve prendere un treno per Lecce.

Ci sono stato a Lecce. Lì gli immigrati in effetti sono messi nelle mani dei caporali che poi li portano a lavorare nei campi per raccogliere i pomodori a 2 Euro al giorno.

Lui con lo sguardo m’implora di aiutarlo. Mi rivolgo a lui in inglese. Lui mi capisce e ccomprende di aver instaurato in qualche modo un rapporto istantaneo di comprensione umana. Mi chiede una moneta.

Ho appena consumato i miei ultimi spiccioli al bar sotto casa. Ho fatto colazione. Nel portafogli ho 10 Euro, che mi devono bastare per i prossimi due giorni. Il danaro è contingentato, nella mia agenda. La spia della consolle ipotetica, indica che sono in economy. Non ho spiccioli. Lo guardo negli occhi e rivolgendomi a lui nella lingua in cui so essere compreso, gli spiego che sono dispiaciuto e non ho nulla da dargli.

Poi monto sulla moto e me ne vado. È durante il tragitto che sono colto da un senso di colpa tremendo. Ho voltato dall’altra parte il mio sguardo verso un uomo che aveva bisogno. Che cosa sono diventato? Possibile che un uomo che implora il mio aiuto diventi un soggetto invisibile? Anzi: possibile che possa considerarlo un disturbatore della mia quiete morale? Che cosa sono diventato?

Penso a quello sguardo, e allo stesso tempo alle mie finanze minate, è vero, da una crisi che morde, ma che non mi ha impedito di avere gli spiccioli per andare a fare la mia consueta colazione al bar. Sono dilaniato tra un’etica personale che mi ha forgiato all’insegna del sostegno al bisogno, e all’imperativo categorico di non sforare con le spese. Quei dieci Euro nel portafogli devono bastare ancora per due giorni. Torno a casa in pausa pranzo per mangiare, per non spendere. E poi non posso aiutare tutti i disperati che incontro; e nella mia città, Milano, sono davvero tanti.

Cerco degli alibi, delle scuse razionali per motivare quel distacco umano perpetrato verso il bisogno di un uomo. Un uomo che forse non sa neppure che chi gli ha promesso di aiutarlo a Lecce lo farà diventare uno schiavo senza diritti nelle mani della criminalità organizzata. Rigorosamente made in Italy.

Distolgo l’attenzione da questi scrupoli morali, cercando di fare luce sull’agenda lavorativa. Sugli impegni, sugli incassi, su quanto dovrò fare nelle prossime ore. E poi non dovremmo aiutarli a casa loro? Gli alibi m’inseguono alla velocità della fuga dei miei rimorsi etici.

Che uomo sono diventato? Cerco un capro espiatorio. Il Governo, che non fa abbastanza. La Lega, che specula su questa tragedia umana. La Chiesa che non fa abbastanza. Ognuna di queste strade mi serve a fuggire dalla coscienza che ho di avere abbandonato un uomo che aveva il bisogno di essere aiutato

Che cosa sono diventato?

Cosa siamo diventati?