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Ha diciannove anni. È già alfiere della Repubblica nominato dal Presidente Mattarella. E adesso lo è diventato, alfiere, anche del Festival dei diritti umani. Si chiama Marcos Cappato e sui giornali e nelle TV c’è finito diverse volte per le sue ostinate campagne mediatiche a favore di coloro che, come lui, ogni giorno più che avere a che fare con la propria disabilità, hanno a che fare con l’ottusità degli altri: della burocrazia, degli economati che non hanno mai risorse per chi è in sedia a rotelle.

Marcos proprio oggi interverrà, quale alfiere, al Festival dei diritti umani perché a rompere le uova nel paniere di quanti s’erano convinti che i disabili se ne stiano accovacciati sulle loro sedie a rotelle, c’ha preso gusto. “Intendo ribadire che un altro modo di pensare è possibile e soprattutto intendo dimostrare che la disabilità non è forzatamente una debolezza”.

“Per me la prima battaglia è quella di convincere la gente a non guardare un disabile come un marziano”

“Siamo esseri umani, prima di tutto e credo che questo periodo di Coronavirus ci obblighi a guardare alla vita in modo diverso, nuovo; osservando anzitutto le cose che abbiamo perso di vista, le cose semplici come ad esempio stare insieme. Lo abbiano dato per scontato ma oggi stare insieme non è più una cosa vosi facile da realizzare” , mi dice con voce stentorea al telefono.

C’è qualcosa che tu vedi e che altri non riescono a vedere? – gli domando.

“Credo, Max, che la disabilità mi abbia insegnato a vedere e conoscere i miei punti di forza e di debolezza. Credo anche che a molti questa coscienza di sé, dei propri limiti e dei propri elementi di forza, sia spesso preclusa. La disabilità ci permette di scoprire o riscoprire questa coscienza di noi.” Quella coscienza di cui siamo in cerca in tanti. E non riusciamo a vedere.

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