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Italia Infetta, Governo stragista. Sono solo due dei molti, discutibili, titoli dei giornali italiani in queste ore, in presenza del Coronavirus. Una condizione nuova quella di questa malattia che ci pone davanti all’ignoto ma non davanti all’obbligo di dover accettare provocazioni e atti di voluta malafede.

Il Coronavirus ci espone alle nostre paure più remote. Ad ancestrali ed archetipiche ansie spesso rimosse da una voracità collettiva che il capitalismo moderno, nella sua estesa globalizzazione, ha declinato nella contemporaneità. Davanti a questa crisi l’essere umano è costretto a confrontarsi con l’irrazionale. Con la propria incapacità di poter avere il controllo della malattia e dei suoi potenziale ed inespressi effetti, l’uomo scopre la propria finitezza. È per questo che quando si evoca l’ignoto, l’irrazionale risponde. Di qui gli assalti ai supermercati, l’uso di mascherine anche dove non serve, oppure la fuga dal territorio come evasione dall’ansia. Si sfugge a qualcosa di cui, non avendone il controllo, ci si vuole allontanare per il pericolo di esiti letali.

La vicenda del Coronavirus infatti ci mette in relazione diretta con lo spettro della morte. L’evocazione di qualcosa cui tutti siamo destinati genera due diverse reazioni. Il panico, che ingenera comportamenti fuori da ogni logica e di di tipo autoaggressivo, e poi ci sono le reazioni di tipo eteroaggressivo. Sono quelli adottati dalla stampa la quale, per il combinato disposto secondo cui si vende di più in edicola quando la si spara più grossa, ha bisogno di un nemico.

E il nemico primo oggi sono i cinesi, quindi il Governo, i virologi, i leader politici. Ma anche quest’agito è un riflesso prodotto da un’ansia fantasmatica, irrisolta. L’essere umano ha paura dell’incognito ovvero dell’infinito, di ciò che non ha un orizzonte, di ciò che non può controllare. Il Professor Burioni è ad esempio uno di loro. Uno di quelli per cui se hai la febbre a 37.5 devi subito fare il tampone per il coronavirus. Immaginate se ogni medico avesse la forza d’imporre questo genere di controlli. Chi ha un po’ di raucedine dovrebbe sottoporsi a visite cliniche perché potrebbe avere un tumore alla gola, chi avesse mal di testa dovrebbe fare screening immediato contro il tumore alla testa.

Di questo passo arriveremo alla paralisi delle nostre azioni, anziché liberare le nostre azioni e le nostre energie. Chi come i giornalisti ossessivamente ha bisogno di conteggiare i malati, di definire la malattia individuando il “paziente zero”, manifesta la stessa ossessiva ansia fantasmatica, tradotta dietro lo schermo del diritto all’informazione. Da questa patologica dicotomia dobbiamo liberarci. Certo: questo non significa non osservare le procedure e i protocolli necessari da un punto di vista sanitario. Significa recuperare la dimensione dell’umano.

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