È uno dei temi più delicati del nostro tempo. Cosa fare di coloro che commettono reati? E vengono per questi assicurati alla giustizia, attraverso l’esercizio di misure cautelari, restrittive della libertà personale?

Non sono pochi coloro che guardano alla prigione come il luogo in cui alla fine sbattere i protagonisti del crimine. E altrettanti quelli che auspicano che il legislatore autorizzi a buttare via la chiave una volta assicurato un criminale alle patrie galere. Il punto è, invece, che sono molti i detenuti che arrivano alla fine della pena.

Il penitenziario li ha resi migliori? Abbiamo contribuito a rieducare coloro che si sono macchiati di reati contro la persona o la cosa pubblica? Perché se il carcere deve servire solo a “vendicarsi” contro chi delinque, allora stiamo preparando un’intera generazione di persone a uscire dai penitenziari peggio di come vi sono entrati.

È questa la ragione per cui oggi vi parlo di un progetto voluto dal Direttore del Carcere di San Vittore, Giacinto Siciliano.

Nel solco di una matrice già segnata nel carcere di Opera, in cui ha allestito laboratori di lingue, di letteratura, di teatro; ha istituito una liuteria e persino uno sportello del lavoro per consentire il reinserimento del reo all’interno della società con un’occupazione, al termine del percorso in carcere.

A San Vittore sono così comparse biblioteche, il gruppo di psicoterapia del Prof. Juri Aparo e adesso un corso di formazione all’apprendimento tenuto da una società privata, Genio in 21 giorni di Massimo De Donno. Vi propongo un’intervista proprio con il fondatore di Genio che spiega le ragioni di questa scelta atta a formare sia il personale penitenziario sia i ragazzi del I raggio, quelli di età compresa tra i 18 ed i 25 anni. Se aiuti un giovane a studiare, ad imparare ad amare lo studio, la lettura e la cultura, forse puoi toglierlo dalla strada e indicargli un nuovo orizzonte.