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Metti che una ragazza di 19 anni prenda un volo per fare le vacanze. Supponi che incontri per caso e se lo ritrovi vicino, Matteo Salvini. Immagina che la ragazza non abbia in simpatia il mattatore della politica nazionale. Poniamo che in un atto di follia adolescenziale decida di farsi un selfie in cui faccia il dito medio rivolto ai fan di Salvini e a Salvini medesimo. Poniamo poi che lo pubblichi sui social. Che fareste se foste i suoi genitori?

Probabilmente una lavata di testa con annessa punizione (niente cellulare per una settimana…) potrebbe essere un buon viatico. Che dovrebbe fare il politico di turno? Probabilmente assumere un atteggiamento da buon padre di famiglia potrebbe essere cosa buona e giusta. Convocare la ragazza, parlare con lei, mostrarle che la politica non è sempre quella che appare: ovvero una generale guerriglia quotidiana sui social. Un modo per rendere edotta la ragazza della necessità di renderla consapevole che la politica è soprattutto confronto.

Invece: incontrando il meccanismo della bestia scatta la rappresaglia. Si pubblica il nome della ragazza e s’invitano migliaia di persone a riempire di insulti la ragazza. Un pestaggio mediatico, un atto di bullismo collettivo premeditato. Coperto dall’assunto che sarebbe stata lei la prima a cominciare. Mettendo così sullo stesso piano una ragazzetta di 19 anni con un candidato premier. La ragazza, travolta, viene costretta a rinculare. Inseguita da un folto gruppo di leoni da tastiera deve fuggire rinunciando a restare e ad avere un’identità virtuale. Per carità: la ragazza ha torto, ha sbagliato e stare senza social può persino essere salutare.

Non riflettere però sul riflesso pavloviano per cui chi attacca un personaggio noto, in automatico viene indotta a prendere una spranga virtuale e a colpire una ragazza inerme, somiglia molto ad un atto di squadrismo. Un atto molto poco antifascista. Molto poco democratico. E siccome chi gestisce i social ha un nome e cognome sarebbe ora che la polizia postale facesse una visita a tale personaggio mentre il legislatore potrebbe sancire che chi pubblica il nome di una persona con l’intento di sottoporla al pubblico ludibrio, sia colpita direttamente nel portafoglio con prelievo immediato dal conto corrente personale. Poi vediamo se i leoni restano leoni o tornano mansueti gattini.

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