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Non ne parliamo spesso, anzi fin qui non ne abbiamo mai parlato. Tuttavia nei giorni scorsi è apparso un articolo molto interessante sul Corriere della Sera relativo alle pratiche di remunerazione dei Ceo di molte aziende: italiane e straniere. Si tratta del say on pay cioè l’articolazione dei voti in assemblea sul tema delle remunerazioni, condizione esiziale affinché le imprese abbiano appeal sul mercato.

In sintesi: i consiglieri di amministrazione e gli Amministratori delegati di grandi aziende arrivano a guadagnare tra le quaranta e le mille volte, le somme che guadagnano i loro dipendenti. È stata infatti recepita una direttiva europea che ha posto in essere il pay on ratio, una sorta di controllo su quelle che sono le cifre che alcuni importanti amministratori si garantiscono in un anno

E i risultati sono sorprendenti: I Ceo di Blackrock e di Facebook, per esempio, guadagnano fino a 195 volte quello che prende un loro dipendente mentre Elon Musk di Tesla li batte tutti: con 2,4 miliardi di dollari guadagna fino a 43.000 mila volte un suo dipendente. Rovesciando il concetto significa che per arrivare al suo stipendio ad un dipendente occorrerebbero 40 millenni. Giusto per dare un’unità di misura.

La consuetudine di pagare queste stratosferiche somme, il say on pay, nasce essenzialmente negli Stati Uniti e si è poi profilata anche in Europa. L’esito, come osservato, è estremamente interessante. Anche per questo motivo diventa preponderante, in un periodo storico in cui gli operai, professionisti e artigiani, sono soggetti con sempre maggiore frequenza al dumping, contenere fenomeni che nel loro dispiegarsi sono un’acclarata dimostrazione di assoluta immoralità.

Perché passi pure l’idea che il mercato sia meglio della programmazione quinquennale controllata, ma deve esserci un limite anche nelle differenze remunerative per eludere fenomeni di violenza che rischiano di acutizzarsi, quando il divario dell’adeguatezza, valica i limiti dell’etica individuale approdando alla tracotanza.

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