Abbiamo il più basso numero di laureati in Europa, il 18%, contro la media europea che è del 37%. Il 30% di loro sceglie facoltà che danno pochi sbocchi professionali, secondo quanto riporta l’Ocse.

Il 25% di chi acquisisce il titolo proviene da facoltà scientifiche ma la media dei laureati italiani trova uno sbocco professionale solo per il 64% mentre in Europa la media è sopra l’80% (83%, per l’sattezza)

Sono numeri che fanno riflettere sulla qualità dei nostri titoli accademici e soprattutto di come si arriva alla formazione professionale nel nostro paese. Un dato significativo è quello relativo alle materie scelte dagli studenti: per il 39% di loro le facoltà umanistiche sono prevalenti, mentre il mercato chiede più laureati in matematica, ingegneria, scienze e tecnologia.

Naturalmente i dati forniti dall’Ocse indicano un trend anche culturale del nostro paese che non è affatto detto sia poi così negativo. Il mercato non è l’unico benchmark che un Paese sviluppato debba seguire. Le facoltà umanistiche infatti forniscono una cognizione morale ed un orizzonte etico certo meno approssimato di quanto non sappiano fare quelle scientifiche che hanno un’inclinazione ad interrogarsi su questioni etiche meno accentuate di quanto non facciano le materie umanistiche che al centro mettono l’uomo e non l’economia, che è una derivazione dei comportamenti umani

Al netto delle scelte individuali tuttavia resta il fatto che in un paese in cui gli sbocchi universitari malgrado tutto non producano gli stessi riflessi, professionali e salariali, del resto d’Europa, il titolo accademico è ancora il mezzo più ambito ed efficace per accedere al mercato del lavoro, sebbene con meno efficacia rispetto alle nazioni concorrenti. Fenomeno che l’economia può spiegare in modo parziale, attraverso i numeri, che concentrano la loro ricchezza nel nord del Paese, mentre sul piano umanistico il dato, scomposto nei suoi elementi più rilevanti, facilmente spiega questa contraddizione. In un Paese in cui il nichilismo e l’approssimazione morale della sua gente tendono a convivere, non è forse possibile avere aspettative più ottimiste a patto di un cambiamento culturale. All’orizzonte però questo cambiamento non c’è, osservando la dubbia moralità della moderna società contemporanea