Il futuro è a piedi, a Milano? La proposta

Davvero il futuro è a piedi?

Andiamo a cento all’ora. Anzi, a trecento. La distanza che c’era in passato tra grandi città si è più che dimezzata; in alcuni casi ci s’impiega il 70% di tempo in meno.

Il paradigma è la Milano Roma. Fino a 15 anni fa ci volevano 5 ore, 5 ore e mezza in treno. Oggi ci si arriva in due ore e venti. In Cina, con i treni a lievitazione magnetica, si viaggia a oltre 400 km orari. La mobilità è il benchmark che misura il grado di sviluppo di un Paese o di una città. Nel capoluogo lombardo si è sposata una politica: poiché la tecnologia può aiutare a vivere meglio, a Milano la giunta milanese ha deciso di incrementare l’uso dei mezzi pubblici, progressivamente ritirando il numero di autoveicoli in circolazione

L’obiettivo finale? Chiudere le prime due cerchie in modo da interdire l’uso di macchine e moto a tutti i cittadini. Da Via Padova fino a Piazza Cairoli e oltre, si andrà a piedi o appunto con i mezzi pubblici. Metro, autobus, tram. Il ragionamento è: perché respirare un’aria mefitica e patologica come quella odierna alla luce del fatto che i mezzi pubblici non inquinanti possono garantire una qualità di vita migliore?

Allo stesso tempo si teme un altro effetto: se chiudiamo buona parte della città ai mezzi pubblici, come sarà possibile pensare d’incrementare il livello di spesa di chi investe in città? Perché Milano resta pur sempre il capoluogo mondiale della moda, la città del food, la casa di Leonardo e Caravaggio. Si può pensare di dire ai milioni di turisti che vengono a Milano di dover usare i mezzi pubblici per andare a far shopping?

E per restare nel concreto: alle centinania di migliaia di persone che ogni giorno vengono a lavorare in città dalla periferia, diciamo che saranno obbligati all’uso del mezzo pubblico, anche quando questo allungasse i tempi di percorrenza o li rendesse più scomodi tra un autobus strapieno e una metropolitana sovraffollata?

Sorge spontaneo allora un altro quesito: perché non si considera l’ipotesi che la tecnologia sia adottata per creare e agevolare l’uso di auto e moto veicoli elettrici oltre che per il ricambio dei sistemi di riscaldamento degli appartamenti con impianti a basso impatto ambientale così da evitare di condizionare la vita dei cittadini in modo tanto pervasivo?

Perché appare evidente che cambiare la vita delle persone e la qualità dell’aria che respirano è possibile se la tecnologia è utilizzata per aiutare l’industria ad una filosofia ambientalista che non pregiudichi l’autonomia delle persone ma che possa addirittura migliorare la qualità della vita dentro una dimensione di rilanciata libertà.

Non solo macchine elettriche, infatti, ma anche autoveicoli che possono funzionare con l’energia del sole: a questo già si tende nel mondo della scienza. Dunque: perché la politica non declina questo genere di scelte? Perché al contrario esercita un ostracismo evidente all’esercizio della libertà?

Perché se è vero che è giusto tutelare l’ambiente, perché non impegnarsi nella ricerca e negli investimenti atti a incrementare strumenti e mezzi che, incentivando la libera circolazione, ne configurino anche un contributo positivo alla collettività e allo stesso ambiente?

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