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È stato talmente tanto e talmente forte che come per un riflesso pavloviano tutti, ma proprio tutti, sono corsi a ricordarlo sui social, sui giornali, sulle tv, e nelle radio. Diego Armando Maradona, la mano de Dios, è il perfetto paradigma per parlare di povertà e riscatto sociale, di obnubilamento da sovraesposizione mediatica e di onnipotenza egotica per fragilità psichica costituzionale. L’Asso argentino era il talento fatto persona, era l’uomo che poteva fare quello che nessun altro – su di un campo di gioco – avrebbe potuto fare. È stato il riscatto della povertà collettiva che è diventata ricchezza sociale su di un campo di calcio. E chi la povertà la tocca, la vede , la osserva e la sostiene, quegli occhi li incrocia tutti i giorni. Occhi di uomini e donne che sognano di rilanciare la propria vita, che desiderano cambiarla attraverso la speranza di un sogno, il desiderio che una fatalità azzeri quel senso di povertà, prima di tutto interiore, che si prova per la propria condizione sociale. La magia di Maradona è stata quella di aver portato l’incanto nelle famiglie in cui quell’ansia di vita, dietro il quale si cela l’ansia di morte, veniva mitigata dal senso di appartenenza. Diego era percepito come unico; e traduceva quell’unicità nella fantasia di ogni bambino ma anche nel fanciullino di ogni persona adulta. Per questo non se n’è andato, ma è rimasto, riscoperto nella memoria collettiva, nell’anima mundi, di questo piccolo pianeta nell’universo. Come ogni artista è morto ed è risorto nello stesso tempo. Nella memoria collettiva che ne ha preservato l’arte e scartato i peccati del comune mortale. Quello che dovrebbe fare una società ideale. Cercare il meglio dell’uomo per riportarlo a noi. Tutti i giorni.