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Una vita davanti allo schermo. Quasi 50 anni. È questa una ricerca pubblicata oggi sul Corriere della Sera (https://www.corriere.it/tecnologia/20_settembre_24/gli-italiani-display-passiamo-quasi-47-anni-vita-a-schermo-efcfb32-fe60-11ea-a30b-35e0d3e9db56.shtml) che descrive in modo purtroppo drammatico come spende la propria vita la gran parte delle persone oggi. Centinaia di migliaia di ore trascorse dentro una realtà virtuale, rinunciando alla vita reale. Una proiezione fantasmatica continua, la vita come un miraggio, a cullarsi dentro illusioni create ad arte da chi vende emozioni fittizie al banco della vita.

In questo squallore facciamo crescere i nostri figli, i nostri ragazzi, depauperandoli della loro ricchezza maggiore: la reciprocità umana, fatta di profumi, di carezze, di sguardi, di rifiuti e di baci. Barattiamo la vita in cambio di sogni a buon mercato che immancabilmente vengono traditi. Svellere le radici profonde dell’umano, a questo servono le ragioni del capitale umano, esercizio contemporaneo in cui la tensione morale collettiva tende alla monetizzazione costante delle azioni. Oggi poi con lo smart working, possiamo ratificare il virtuale come reale, l’apparenza come sostanza, la quotidianità senza emozione come una naturale conseguenza dell’esacerbata ambizione al profitto, in cui il contenitore conta più del contenuto, l’immagine della sostanza: narcisismo al quadrato. L’evoluzione che declina verso il suo contrario, in un’esasperata corsa all’approvvigionamento, meglio se attraverso uno schermo. Abbiamo costruito un mondo e generato un vuoto che riempie il cielo e gli abbiamo dato un nome: televisione, oggi social network. Spegnete la tv e chiudete i cellulari. La vita è altrove.