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Li trovate la mattina presto, lungo gli angoli delle arterie del Municipio 2. In Piazza Loreto, in Via Padova, in Viale Monza. Oppure in Piazza Durante. Sono gli immigrati di cui fa comodo non parlare. Sono gli operai “a nero”, adoperati da quelle imprese che si avvalgono di manodopera non contrattualizzata. Giubbotto immancabilmente macchiato di calce o di pittura bianca; pantaloncini, scarpe da cantiere, la bottiglietta d’acqua. Aspettano il pulmino che li venga a prendere. Poi vanno ai cantieri. Nella bergamasca, oppure nel bresciano, nelle valli.

Ogni tanto la Guardia di Finanza ne becca qualcuno. L’azienda li scarica dichiarando di non sapere da dove vengano, o millantando di averli presi in prova.

L’immigrato delle sei del mattino lo trovi anche sulle panchine di Piazza Durante. Ha dormito lì, dopo essersi ubriacato. O se ha la fortuna di aver trovato un buco dove dormire, c’arriva ancora preda dei suoi fantasmi, di una profonda solitudine che ne avvolge lo sguardo perso, torvo, accigliato, inverso, iroso, aggressivo.

L’immigrato delle 6.00 del mattino soffre soprattutto di solitudine e si arrangia a fare qualunque cosa. Può decidere di mendicare oppure, se lo trova, di affidarsi ad un caporale che lo faccia lavorare. Non ha importanza se lo fa senza diritti e tutele. L’immigrato delle 6.00 è scappato dalla povertà e dalla miseria, o da paesi dediti alla corruzione in cui ad essere cancellata è la speranza di un futuro. Ha deciso scientemente di affidare i giorni che verranno alla sorte e al coraggio della sopravvivenza. Per questo è disposto a lavorare anche senza diritti, purché a fine giornata una paga arrivi.

L’immigrato delle 6.00 porta con sé i colori del mondo. Ci sono i bianchi, rumeni e slavi, ci sono i centroafricani, ci sono anche tanti italiani: disoccupati del nord e del sud, gente in fuga da una precarietà che li perseguita.

È un’Italia strana e diversa quella dalle panchine di Piazza Durante, invasa di giorno dalla comunità trans, che affoga la sua diversità e la sua solitudine nel vino. Un’Italia fatta di una rassegnazione invisa, di una speranza ancora strisciante e silente. In quegli zaini che portano con loro, ci sono sogni mai raggiunti, storie mai arrivate al capolinea. C’è anche una perenne volontà di ripartire, di tentare di cambiare, guardando il mondo che corre accanto a te.

La vita dell’immigrato delle 6.00 è costellata dalle prime luci dell’alba, dei rumori del tram e degli autobus, delle automobili che arrivano in città, da fuori. In un movimento perenne che segue la velocità dei flussi di pensiero di chi rimane ancorato a quella panchina, a quel muro, a quell’angolo di città. Prima o poi il buio finisce. E arriva la luce.