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Chi lo avrebbe detto che ancora nel 2020 ne avremmo parlato. Eppure, è così. Il meridione italiano è ricco di risorse. Persino di gas e petrolio. Non solo quello liquido, l’oro nero. Abbiamo anche il petrolio fatto del nostro patrimonio culturale. Di quello paesaggistico. Del patrimonio enogastronomico. La Sicilia è in questo senso un’isola che porta con sé una ricchezza incredibile. Eppure i ragazzi dalla Sicilia devono venirsene al Nord per trovare uno sbocco professionale. E non vale solo per loro.

Ci sono anche i campani i pugliesi i lucani e i calabresi. A cosa dobbiamo il fatto che ancora oggi Milano rappresenta un epicentro economico tanto da indurre molti giovani a venirsene a stare qui? E com’è stato possibile rendere questa condizione intergenerazionale? Dal Regno sabaudo e dalla sua ricchezza nasce l’unità d’Italia. E dalla voracità predatrice, l’importare schiavi e materie prime per consentire a chi ha voluto l’Unità Nazionale, di mantenere il proprio assetto economico. Mentre cresceva una parte, l’altra maturava un miglioramento: ma a rimorchio. Così si sono prodotte due Italia. Una ricca e opulenta, cresciuta grazie alle braccia di chi arrivava dal sud. E una povera, depauperata dalla tracotanza dei più forti.

Nel nome di questa convivenza si è protratto nel tempo un asse irrazionale sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista sociale. Che ha retto perché l’opulenza del settentrione diventava meta ambita dei più disagiati che stavano al sud. In questo contesto si è trovato un vantaggio. Al sud, l’ambizione della sopravvivenza con il tempo s’è trasformata nell’occasione di trovare l’America. Al nord invece ha permesso di creare il futuro con braccia giovani vogliose di crescere. Una diade vincente. Perché però abbandonare le ricchezze del sud, perché lasciare che una parte del paese non facesse da traino anch’esso, ma semplice contraltare minore? A chi ha giovato che ancora oggi un giovane del mezzogiorno guardi al nord, per il suo futuro e non alla sua terra?