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Le indossano lo stesso. Anche adesso che potrebbero non farlo. A Milano da 24 ore si può circolare all’aperto senza indossare il dispositivo di protezione: la famosa mascherina che tanto ha diviso medici e gente comune. La quale invece la indossa lo stesso. Perché non si fida più delle istituzioni. Perché se figure apicali ne sconsigliano l’uso, allora è logico contravvenire al suggerimento.

È la sconfitta della politica. È la plastica dimostrazione della totale perdita di credibilità e di consenso di coloro che dovrebbero governare. È la sconfitta dell’informazione, della medicina e della politica. Non c’è più nessuno che sia riconosciuto attendibile nel Paese di Pulcinella. Una ventata di ribellismo collettivo s’è portato via quella residuale parte di accoliti che ancora credevano alle istituzioni e ai suoi rappresentanti.

Affrancatisi da Crisanti, Burioni, da Speranza e dalla pletora di scienziati che ci hanno spiegato nel loro teatro dell’assurdo che tutto fosse possibile, gli italiani hanno deciso di fare da sé avendo compreso di non potersi fidare di nessuno. Avendo consapevolezza che in Italia tirare la volata al più scorretto è uno stile di vita. Cosi la mattina incontri chi indossa la mascherina, chi la indossa per metà e chi magari ha sempre cercato di non usarla. È il paradigma di un’evidenza empirica: la corruzione morale è tale che per statuto chi dovrebbe combatterla è considerato un fautore della sua propagazione.

Per questo proprio oggi che chiunque a Milano ( o a Roma o a Napoli) potrebbe passeggiare senza sensi di colpa e senza sguardi aggressivi dei vicini più prossimi, privo della copertura più nota degli ultimi 70 anni, molti fanno il contrario di quanto è legittimamente consentito. A brigante, brigante e mezzo, hanno sancito gli italiani. Intanto annaspiamo al primo temporale estivo.

Perché questo siamo, appunto. La rappresentazione della rottura della finzione scenica sul palco del teatrino della politica italiana. Dove virologi, infettivologi, parassitologi, medici di base, medici chirurghi hanno preso parte alla commedia italiana più classica. Conclusasi in farsa nelle figure apicali della cosa pubblica. Con una pubblica emergenza sanitaria dichiarata, ma assente