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Al consiglio Regionale di Martedì li ha gelati già al primo secondo. Non ha fatto in tempo a cominciare a parlare e dopo un attimo aveva colto il senso del tutto, Liliana Segre. Chi parla oggi di nazismo, chi bofonchia di democrazia e di libertà; chi si erige a custode di verità che non conosce e che forse solo presume, prima di tutto si chiuda in uno dei vagoni del binario 21, a Milano.

Provi per un attimo ad immedesimarsi, lei tredicenne, strappata alla sua famiglia, portata per 40 giorni in carcere e poi messa su quel treno. Destinazione ignota. Dentro un treno merci, in cui loro, i deportati, sarebbero diventati semplici ‘stuck’. Dei pezzi inanimati. È l’orrore del male assoluto, che assume una forma, che diventa carne viva e assassina le anime di innocenti. Su quel treno blindato e senza luce c’era della paglia ed un secchio, in cui loro, gli ebrei, avrebbero potuto defecare o pisciare.

Nessuna come Liliana Segre, sa trasferire l’orrore della guerra nelle sue parole. Nessuna come lei sa raccontare l’angoscia della disperazione dell’indicibile in cui lei ha mangiato qualunque cosa. Nessuna come lei sa restituire l’umanità perduta e violata ed il senso della vita, contumace per un anno, ma senza colpa ” se non quella d’essere nata”, Liliana racconta d’aver sentito il senso della vita allorquando, neutralizzata dal campo di sterminio, tornò a casa.

La sua Stazione Nord, i suoi vestiti in realtà brandelli di vestiti, e quel signore mosso a compassione che le fa l’elemosina. In un attimo il senso della vita e della gratitudine, della coscienza. Dolcissima Liliana, farfalla colorata sopra il filo spinato di Auschwitz che ci rende tutti noi oggi, tanto più ridicoli quanto maggiore è la sua bellezza

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