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“Guarda è evidente: dietro le sardine c’è la sinistra, anzi no c’è Romano Prodi.” “Posso dirti che non sottovaluterei il fenomeno. E a casa mia, a Brescia, li conoscevo quasi tutti quelli scesi in piazza e sono di destra”

“Non sono né di destra né di sinistra, si capisce che le sardine sono parte di quell’elettorato confuso che non va più al voto e cerca qualcuno che li rappresenti”

“Mi pare evidente che le sardine, soprattutto quel Mattia Santori, cerchi solo la poltrona in Parlamento. Quello vuole la diaria”.

In questi giorni sulle sardine ne abbiamo sentite di tutti i colori. In generale l’opinione pubblica ad identificare Santori e le sardine come un popolo di sinistra , figlio dei girondini. Ad un certo punto era parso che tra le sardine, noti più per Bella Ciao, che non per manifesti proclami politici, potessero annoverarsi i ragazzi di Casapound: i fascisti del terzo millennio. Anche se pure i ragazzi di Ezra ormai fanno spensierate alleanze. Ora con Salvini, poi con le sardine: ndo cojo, cojo.

In realtà, osservato senza gli occhiali del pregiudizio politico, il movimento nasce innanzitutto come rigetto al linguaggio della politica, inquinato e pervaso dalla bestia di Salvini e da quella dei Casaleggio che hanno inondato di flatulenze digitali l’agone politico. Inoculato come un virus ci siamo ritrovati alcuni personaggi politici praticamente dappertutto a tutte le ore che dicono, a fasi alterne, cose tra di loro opposte. “Mai al tavolo con questo governo”. “Occorre sedersi tutti attorno ad un tavolo perché la situazione è grave”

“Mai con il Pd”, “si ad un accordo con il Pd”; “mai con la Lega, pronti ad allearci con la Lega”. La politica è diventata un guazzabuglio, un caos infernale. Adesso in questo circuito ci sono finite le sardine. Le quali in realtà sono solo una fisiologica reazione di rigetto a questo genere di politica confusionaria, caciarona, superficiale. “Fate politica basta con la campagna elettorale perenne, i ministri facciano i ministri” ha detto Santori a Roma sabato scorso. Le sardine nascono anche per il disgusto verso una comunicazione politica che mentre all’apparenza sembra essere interprete delle istanze del territorio, spesso ne viene fagocitata. La comunicazione è diventato marketing, ha perso la sua spontaneità. Salvini quando parla sembra Ambra Angiolini di Non è la Rai. Agisce perché eterodiretto. Scimmiotta la Le Pen ma dietro di sé ha Morisi il quale lo telecomanda. Cosi Salvini prima metteva le felpe con i nomi delle città che visitava; poi si veste come gli suggerisce di fare la bestia per accaparrarsi le simpatie degli emiliano romagnoli.

Le sardine intanto chiedono di mutare il llinguaggio della politica. E ai loro protagonisti di agire con trasparenza nei loro uffici e non fuori di essa. Il linguaggio dice chi siamo e dove andiamo. Le sardine si muovono ancora in modo confuso in un piccolo acquario ma fanno proseliti. E proprio questa loro ingenuità comincia a piacere.Lasciano tracce di buon senso a piacimento ma senza riferimenti. Sono una tigre di carta ma hanno colto nel segno. Vivere con una classe dirigente precaria facilita questo bradisismo continuo