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L’incontro con Liliana Segre è stato emozionante. Non saprei come altro riassumere l’approssimativa organizzazione di un evento che ha visto di nuovo la gente scendere in piazza.

Malgrado il freddo, malgrado la Galleria non offrisse la massima sicurezza ai presenti, a causa dei restringimenti provocati dall’albero di Natale di una nota marca; malgrado il solito caos creato da noi giornalisti che pur di avere un’immagine in più siamo capaci di mettere a repentaglio l’incolumità dei presenti; malgrado tutto questo, vedere gente di ogni età e di ogni credo politico, mescolarsi a 600 sindaci di tutta Italia, e c’erano anche sindaci leghisti, devo dire ha fatto davvero colpo.

Hanno destato l’attenzione dei più, anche le parole di Beppe Sala che ha fatto un breve incipit: “Se questo clima d’odio continuerà noi scenderemo ancora in piazza”. Per lui un uragano di applausi.

Poi è stata la volta di Liliana: cercata da tutti, applaudita, e tutelata dagli uomini della sua scorta personale e da quella aggiunta, dei milanesi, cui i City Angels hanno fatto da apripista.

Gente arrivata da ogni dove che voleva esserci a tutti i costi. E poi quel Bella Ciao spontaneo che nelle immagini potrete vedere e sentire che accompagna il corteo mentre arriva davanti a Palazzo Marino, passando in Galleria. Il luogo, dirà la Segre, in cui la musica della Scala sarà scalzata dal calore delle persone presenti, dalla convinzione che l’amore vince sull’odio, sull’insulto, sulla contrapposizione. Liliana Segre porta con sé il peso vissuto dell’odio “che poi s’è trasformato in progetto concreto che ho visto con i miei occhi”.

Ho ripreso il suo intervento proprio accanto al palco. Ero lì. Posso dirvi che la mitezza di questa donna ha una forza dirompente. La forza di chi avendo visto e vissuto il dolore e l’atrocità umana ne diventa incarnazione. C’è in lei la forza di una transustanziazione, di un processo trasformativo, in cui l’impeto diventa mitezza e la mitezza impeto. La viltà diventa coraggio, la paura si trasforma in audacia.
Ha sempre modi gentili, non alza mai la voce. Quando lo scorso anno ho potuto intervistarla ( qui su questa pagina di facebook trovate proprio l’intervista realizzata a dicembre del 2018) l’imbarazzo era mio nel provare ad interrogarla senza cadere nella banalità. Perché è così grande la forza delle emozioni che comunica, che il rischio che si corre è d’imbattersi nel proprio narcisismo: nell’insistenza cioè di farle dire qualcosa. Mentre Liliana Segre, recalcitra da qualsivoglia banalità. Parla con la sua gestualità, parla con gli occhi, parla con un corpo che ha lottato contro il male e poi successivamente contro la vergogna di parlare di quel male, come stigmate irriducibili di cui privarsi, da non ostentare. Quando lo fa, la sua voce è flebile e allo stesso tempo impetuosa.

La sua grandezza consiste nella coscienza di quello che ha vissuto. Nella consapevolezza che nulla v’è stato di più immanente, nulla di più pervasivo, umiliante, resiliente. E non servono parole. Basta quello sguardo lieve. Dentro ne senti tutto l’imponderabile peso. No, non c’è spazio per l’odio, qui stasera. I leoni da tastiera sono miti agnellini. Ghermiscono senza lasciare segno. La loro anima non pesa nulla. Quella di Liliana ha il peso dell’universo dolore subìto. E risplende. Bellissima.