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Audace canzonatura di una classe politica ondivaga, le sardine. Come il cielo di questi mesi appena trascorsi, tradotti dal caldo anomalo al freddo greve e bizzarro di queste ore. Ci racconta di masse di persone che hanno scelto di nuovo l’agorà come metafora di vita. Metereopatia politica misurata dal termometro delle nostre vagheggianti classi dirigenti “con le sue spensierate alleanze, di destra di sinistra e di centro, nuove di fuori e vecchie di dentro”

A Bologna e Modena s’è interrotto lo storytelling sovranista.

Sovrastato dal fragore delle parole di Bella ciao cantata a squarciagola da un popolo che si autoconvoca senza più bandiere a rappresentarlo. Tenuto insieme più dell’ostilità verso gli avversari che da un comune sentire.

È l’antisalvinismo la moderna interpretazione dell’antifascismo, secondo gli esegeti contemporanei. Ovviamente dall’altra parte c’è la contemporanea accezione dell’anticomunismo: “Liberiamo l’Emilia Romagna”, è lo slogan. Ingombrati come siamo dell’incompetenza, lo scontro non riesce ad essere post ideologico, anche per una contraddizione della storia. L’ideologia non si archivia in funzione degli stati d’animo di qualche leader.

Questo spiega perché si è passati dal voler aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, ad invadere le piazze in nome delle sardine. L’irrazionalità al potere. E senza politica, quella vera: ragionata sulle condizioni del presente storico, sul movimento reale (soprattutto dei capitali) in grado di alterare lo stato di cose presenti, come dimostra Arcelor Mittal. Per questo mentre il proprio contrappone le proprie ragioni, sulla testa ci passa un corposo stato nuvoloso. Tra i piedi, l’acqua ribelle di mari e fiumi riottosi. Dietro di noi, invece, il famoso cetriolo globale.

In mancanza di uno spirito dei tempi e di un’adeguata classe politica, è più facile che un ortolano, un amante del verziere, oltrepassi la soglia di Montecitorio, che un parlamentare capisca cosa fare. E pensare che c’era il pensiero

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