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Hanno rappresentato e rappresentano l’immaginario collettivo di un’intera generazione e forse due. Gli Ultras che riempiono le curve degli stadi sono da sempre seguiti da migliaia di persone, soprattutto ragazzi, ma hanno nei loro capi persone che ormai stanno entrando nella terza età. Niente più scontri come quando a vent’anni potevi colpire e poi scappare, a volte usando solo le mani, in altri casi più gravi usando anche le lame.

Oggi i capi ultrà si avvicinano all’età in cui ti svegli tre volte a notte per fare pipì oppure devi ricorrere al cardiologo dopo una scazzottata. La vecchiaia è una brutta bestia anche per coloro che per anni hanno pensato di essere invincibili.

In queste ore proprio il fenomeno ultras è tornato all’attenzione di tutti, per gli arresti a Torino, curva Juve; e per una scazzottata tra due capi della Curva Nord dell’Inter. Uno, Vittorio Boiocchi, 66 anni, 30 passati in carcere per narcotraffico e l’altro, Franchino Caravita, 60 anni, che nel 1983 venne coinvolto in una rissa dopo una partita di Coppa Uefa, Inter – Austria Vienna, in cui un tifoso austriaco a fine match venne accoltellato. Per tentato omicidio fu proprio Caravita a finire dentro anche se poi venne assolto ( e sulla carcerazione preventiva di un presunto innocente si dovrebbe parlare più spesso e a lungo)

Logiche che preoccupano la Questura di Milano, ma i due dopo uno scontro avuto dentro lo stadio, per motivi che sarebbero riferibili al controllo della curva, si sono fatti fotografare insieme poche ore dopo in ospedale. Boiocchi ha avuto un attacco cardiaco e Caravita è andato al suo capezzale. Ecco: se c’è qualcosa che può spiegare il senso dell’essere Ultras è proprio questa scelta. Gli Ultras hanno una logica di tipo familiare, possono anche arrivare ad accoltellarsi, ma nessuno tradisce l’altro, nessuno si permetterebbe di abbandonare l’altro, con cui ha condiviso scazzottate e scorribande. E riflessione ancora più accorata dovrebbe essere quella di chi guardando alle curve, si domanda da dove arriva quest’odio per cui una sciarpa diversa dalla propria può portare alla violenza cieca.

La risposta la offre una lettera pubblicata quest’oggi da Panorama e firmata da chi l’ha vissuta: Marco Bergozza. Il quale racconta da milanista che significa vedere la partita contro il suo Milan in tribuna. Sputi, minacce, parolacce e il timore di non poter neppure proteggere suo figlio

Eccola:

“Avevo già scritto tre anni fa in occasione di Verona Milan per un episodio assurdo accaduto a mio figlio che allora aveva 9 anni. Da quel giorno mi ero ripromesso di non andare più in quello stadio per la qualità delle persone che lo frequentano.
Purtroppo passa il tempo e anche le cose più brutte si dimenticano e dato che un mio carissimo amico che lavora nell’ambiente del calcio mi ha offerto due biglietti ci sono di nuovo ricascato.

Poltrone ovest, buonissimo posto. Memore dell’altra volta niente sciarpe o magliette del Milan. Ci sediamo sotto ad un gruppo di signori tutti oltre la sessantina. Appena arrivati questi iniziano ad insultare tutti i milanisti: bastardi, figli di puttana, perfino “terroni”. La cosa che più mi sorprende è il modo arrogante e pieno di rabbia che usano. All’arrivo sembravano dei signorotti anche mezzi sfigati, passatemi il termine, che si godono la partita di calcio. In branco si sono trasformati.

Inizia la partita e gli insulti si fanno sempre più pesanti. Espulso Stepinski, un milanista esulta pacatamente, mai lo avesse fatto, partono con minacce: “Tanto passi di qui quando esci, ti spacchiamo le gambe, etc…”. Mio figlio prende paura e mi chiede di andare via. Eravamo appena a 25 minuti dall’inizio.

Decido di rimanere perché altrimenti hanno vinto loro. Da quel momento io poi non mi godo più la partita e penso a proteggere mio figlio da tutta quella violenza verbale e fisica che aumenta sempre di più. L’episodio più grottesco accade quando annullano il secondo goal al Milan: un povero vecchio (solo così si può definire) scende nel corridoio davanti alla balaustra e va verso un gruppo di presunti Milanisti tirando pugni a tutti quelli in prima fila. Questi, sorpresi, non hanno nemmeno il tempo di reagire e lui si rifugia nel suo branco che intanto minaccia da lontano. Intendiamoci questi sono dei poveretti, ma credetemi che non è un episodio isolato in quello stadio e soprattutto non ha nulla a che fare con i cosiddetti ultras. Si tratta di persone comuni che diventano bestie in branco. Non deve e non può accadere.

Mi creda? Ho girato il mondo e visto partite di ogni genere, anche confronti accesi come Chelsea-Liverpool o i derby brasiliani. Ma niente di quello che mi è successo allo stadio di Verona

Scusatemi ma questo non è lo sport di cui siamo innamorati io e mio figlio.
Queste persone vanno allontanate dallo stadio.
Dimenticavo: ovviamente niente stewart nel settore!!!!
Io ho visto partite ovunque nel mondo. Mai visto uno spettacolo penoso del genere”

Distinti saluti
Marco Bergozza”

Per capire la logica ultras bisogna partire da qui. Se ti presenti con una sciarpa diversa da quella della curva rischi la pelle, ma nessun ultras torcerebbe un capello ad un bambino. Perché l’Ultrà considera onorevole battersi da uomo a uomo. Quelli che ultras non sono, e che magari fanno anche la morale a chi sta in curva, poi si trasforma in una bestia, contro un bambino. L’Ultras ha ancora un po’ di onore e sa distinguere, nella sua logica di guerra, chi è nemico e chi no.

Forse qualche domanda sul senso della famiglia, sulla sua scomparsa e sugli effetti che questo ha prodotto, dovremmo farcela. Perché non c’è nessun onore nel trasformare una partita in una guerra. Nessun onore sussiste in chi pensa che un viola e un bianconero o un gialloblù e un rossonero non possano guardarsi la partita con un boccale di birra uno accanto all’altro. Negli stadi, nel rugby, già accade.