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Porta d’ingresso della Cattedrale della città di Monza. Domenica 28 Luglio, ore 12.30 circa. Un cartello dice proprio cosi: “L’accattonaggio alle porte delle Chiese non è sincera espressione di povertà”.


A meno di un metro, un gigantesco crocifisso di Gesù Cristo. Quella croce rappresenta, con i suoi stracci laceri, la puzza della miseria e dei maltrattamenti subiti, del sangue che gli bagna la fronte e il costato, gli sputi che lo hanno insolentito, la povertà e la ricchezza di Cristo stesso. L’ arbitrio dell’arroganza umana che, siate voi che leggete laici o cristiani, considerava giusto infliggere tali sofferenze ai cosiddetti “rei”, come molti vorrebbero anche oggi.

E nello scorrere quelle parole che hanno ammutolito la mia anima, ferendola di un’indignazione comprensibile non solo ai cattolici, ma a chiunque abbia incrociato il suo sguardo con la miseria di chi mendica un nichelino per poter mettere un pezzo di pane e dell’acqua per terra o su un tavolo di fortuna, mi sono fermato a pensare. A pensare anzitutto a cosa s’è ridotta la Chiesa, la Chiesa di cui pure mi sento figlio, per la tutela della dignità umana di cui ancora concorre ad essere parte, se ritiene che l’accattone che stende una mano per chiedere un aiuto economico, sia un peso, un rompicoglioni da allontanare dagli sguardi infastiditi dei ricchi benestanti della città brianzola, che mal tollerano al loro sguardo la condizione di umiltà in cui versano quegli uomini e quelle donne che si genuflettono davanti l’ingresso della Chiesa.

Mi sono interrogato sul senso condiviso di appartenenza, ammesso ne esista ancora una, di cui nel consesso cattolico almeno dovremmo essere tutti parte, allorquando davvero credessimo che la dignità umana proponga il suo mistero anzitutto nel dolore, nell’angoscia, nel senso di perdita e anche di riscatto, di vicinanza, di comprensione dell’altro da me. Osservare la Chiesa schierarsi dalla parte di chi invita a considerare chi ha bisogno, disdicevole appendice della nostra vita, ed accettabile presenza solo allorquando non intralci la nostra esistenza con il doloroso sguardo della sofferenza, ha piegato per un attimo la mia fede nella dialettica, nell’umanesimo, nel riconoscimento dell’altro come parte di me. Che ne è della mia vita se non riconosco nell’altro, ciò che io stesso sono? Qual è il senso della mia fede, ed il senso della mia vita se non riconosco nel dolore e nella sofferenza dell’altro, la profonda sostanza del mio essere persona?

Cosi, mi sono detto, capisco perfettamente e riconosco nitidamente quell’afflato di grottesco odio per i più deboli che è diventata moda per gruppi sempre più numerosi di eunuchi in predicato di rendere oltremodo più numerose le fila dei ‘cattivisti’. Un’orgia di imbecilli senza arte né parte, semplice espressione di un vuoto narcisistico in cui si specchia la pochezza dei nostri tempi, la vacuità di chi usa le viscere per dire di sé stesso l’enorme niente che è diventato.

In questo travaglio si è aggiunto un senso di rabbia per quest’inutile barbaria perpetrata lì dove Gesù Cristo si sarebbe certamente soffermato, dove a Pietro ha chiesto di edificare la sua casa. L’amare gli altri come noi stessi, soprattutto sul ciglio della casa comune, soprattutto quando l’altro da sé chiede amore e riconoscimento.

Questo m’è mancato per un momento. Il riconoscermi in una Chiesa che valica il muro della dignità, scavalla le piramidi del pregiudizio per divenire essa stessa parte di chi esclude gli ultimi.

‘Prendete e mangiatene tutti, questo è il corpo offerto in sacrificio per voi e per tutti: fate questo in memoria di me’

Il corpo di Cristo vicino a quel cartello era la migliore denuncia e la migliore testimonianza dell’oblio dei valori della Chiesa, tradita da se stessa.

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