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Sporcarmi l’anima. Si chiama cosi la rassegna voluta da Emma Caste a Torano borgo ai piedi delle Cave Apuane. Una mostra fotografica contro la violenza sulle donne. Una rassegna in cui si sono presentate in migliaia.

Un successo clamoroso in cui la gente ha deciso di metterci la faccia. Una madre ha persino portato la sua bambina di quattro anni. “Perché voglio che certe realtà le conosca sin da bambina” ha motivato la signora orgogliosa di accompagnare la figlia in questa manifestazione non solo culturale, ma prima di tutto etica. In effetti è stato così e non è la prima volta. Emma Castè già in passato a Torano aveva portato le scarpette rosse, simbolo della battaglia contro la violenza sulle donne, mentre l’anno successivo aveva adottato l’idea di mettere migliaia di papaveri rossi che poi le donne del posto avevano cucito insieme a costituire un’unica armoniosa opera d’arte. Un modo per esercitare collettivamente la volontà di far sentire la sensibilità e la partecipazione di un’intera comunità ad una tragedia tutta italiana in cui l’esercizio del sopruso verso la donna è purtroppo diventata una consuetudine decennale, avallata da un patriarcato patologico e ideologico in cui l’esercizio vile della muscolarità e della violenza viene convenientemente avallato per l’incapacità di saper esercitare anzitutto il dialogo quale metodo per approdare ad un ragionevole ascolto dell’altro da sé.

In questo senso la direzione intrapresa da Torano incoraggia e sollecita l’intellighenzia italiana ad una mobilitazione collettiva e parcellizzata allo stesso tempo lasciando spazio e protagonismo ai più giovani, a cominciare dai bambini. La violenza sulle donne come la mafia si comincia a combattere nelle scuole, piegando la logica omertosa del silenzio contro la paura. È arrivato il momento di ribellarsi. È arrivato il momento di dare sostanza alle parole, attraverso i fatti. Con l’esempio e la partecipazione.

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