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Tira ormai da tempo una brutta aria nel Paese. Un’ondata di razzismo che ha spesso come sottofondo la convinzione contraria: ovvero che “Non è che sono un razzista, però sono troppi”

Quelli di troppo sono loro: gli stranieri. Più precisamente: gli africani, quindi gli arabi, quindi ancora gli appartenenti al mondo dell’Est e a chiudere, i Rom. Secondo le aggiornate regole del disprezzo sociale, mappe collettive costruite soprattutto in periferia, l’odio etnico segue queste gerarchie: prima l’uomo di colore, poi il mondo musulmano quindi i nipoti del comunismo e si chiude con gli zingari.

In questa mappatura dell’odio sociale è inscritto una parte del Dna nazionale, da sempre descritto come un Paese buono, ma che fa finta di dimenticare che è nato prima Mussolini e poi Hitler: le radici del male sono nate in Italia.

Non siamo quello che vogliamo far apparire, siamo quello che sembriamo. Una nazione che sta smarrendo la sua identità cattolica e laica. La domenica va a messa ma poi guarda allo straniero come un potenziale nemico, il laico predica l’uguaglianza fino a quando gli effetti della globalizzazione non se li trova sotto casa. È a quel punto che fa bella mostra di sé l’idea che “Non sono razzista, e però….”

All’aumentare del razzismo, a questa onda che si gonfia e che si fa di anno in anno sempre più grande e alta, ciascuno risponde in funzione della dote di coscienza di cui è stato investito nella propria vita. Dall’imprimatur ricevuto anzitutto in famiglia. C’è chi, quindi, si prodiga per l’inclusione, e tra questi ci siamo noi di Milano Positiva che il 17, 18 e 19 di Maggio saremo all’Arena di Milano protagonisti di un evento sportivo e sociale dal titolo “Iocisonoetu”. Affronteremo,tra l’altro, i temi del razzismo, del bullismo e Cyber bullismo e della violenza sulle donne, con una serie di incontri con associazioni del territorio e con i loro esperti che verranno a dare il proprio contributo culturale, per attenuare il fenomeno della violenza sociale e soprattutto per eradicare la cultura del disinteresse che pare aver colpito molti italiani.

Ci sono poi anche quelli che l’interesse per gli altri non lo coltivano per formazione mentale, per paura, per dissociazione sociale, per fragilità psichica, o perché “il buonismo ha fatto solo danni”

Nell’epoca in cui è diventata una certezza la cultura del pragmatismo, del “prima veniamo noi”, permane una certezza acquisita nei secoli. Presto o tardi siamo tutti destinati a lasciare questa terra. È con la morte che ognuno deve fare i conti. Alla morte nessuno può sottrarsi. Neppure quelli che non sopportano i buonisti. Terminata la sbornia sociale del primatismo di qualche tipo, bianco o nero, del nord o del sud, economico o culturale, religioso o politico, presto o tardi dovremo fare i conti con la nostra limitatezza. E riscontrare nella morte il punto che delimita la nostra tracotanza.

È a quel punto che la disuguaglianza approda ad un destino comune e a una certezza. Nel correre una vita per distinguersi dagli altri, continuiamo a non vedere che siamo tutti uguali alla fine. Appassiamo come appassiscono i fiori

Muore chi ha pensato di aver ruggito tra pecore belanti, muore chi ha lavorato per decostruire gli orpelli e i fini spinati che hanno allontanato l’essere umano da se stesso. In punto di morte scopriamo di essere tutti uguali, protestando per tutto il tempo che è passato prima, di essere stati invece diversi. In questo senso c’è una certa ironia, nel passaggio temporaneo su questa terra

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